venerdì 13 gennaio 2017

Non aprite quella Porta (ma se suona Fox Muller offritegli un Ciobar)

Venerdì 13
Appartamento nella ridente periferia torinese.Ore 20,00 circa -Interno -Cucina. 


Affetto zucchine e sbatto uova mentre, sullo schermo, un panciuto imbonitore tenta di convincermi ad acquistare un dissipatore da lavello.
Arriccio il naso pensando alla presenza inquietante di quel Mostro Tritatutto sotto al lavandino.
Mi impressiono con facilità tanto che ho fatto portare via il ceppo di coltelli dalla cucina.
Vederlo lì, apparentemente innocuo tra poggiamestolo e guanti da forno mi dava l'ansia. Faceva troppo film horror. Stesso motivo per cui aborro le tende da doccia, i tricicli e i lunghi corridoi.
E proprio mente penso alle mie paure tutto cambia: il frullino si affloscia, l'imbonitore tace, la luce scompare.
Black out. Con tanto di colonna sonora però. Sento un cigolio acuto e prolungato. Simile ad un miagolio stridulo e acuto che accompagna la porta del soggiorno che si apre lentamente. Il sangue si trasforma in un polaretto alla ciliegia. Anche perché io non possiedo nessuno gatto.
Avverto come un'inquietante metamorfosi in quella che fino a pochi istanti prima era la mia casa dolce casa: mi sembra che i paciosi putti sulle mensole assumano un ghigno satanico e
la bambolina souvenir dei tropici, senza volto, inizi a roteare su se stessa.  Non mi era mai piaciuta in effetti.
Poi un tac. Un nuovo colpo. Secco. Che a momenti ci resto secca anche io che nel sobbalzo rischio di decapitarmi la falange.
Che diavolo sarà?
Passo in rassegna manifestazioni paranormali, possessioni demoniache e presunti squartatori assassini.
Il cuore in rafting lancia segnali di MayDay . Qualcosa con un cappuccio nero in testa si sta materializzando in soggiorno.
Indietreggio verso l'angusto cucinino tastando affannosa alla ricerca di un qualsiasi oggetto più o meno contundente.
La Cosa intanto, avanza nel buio del mio soggiorno con inusuale agilità.
«Tutto bene?» mi domanda.
Ah guarda.  La Cosa cerca anche di instaurare un dialogo. E pretende del cibo. Un classico. Si socializza con  le vittime  per carpirne la fiducia e poi farne del sushi.
Ma io non ci casco. Agguanto anche un cucchiaio di legno e mi preparo a lottare per la mia incolumità quando un fascio di luce mi esplode in viso.
Oddio l'invasione degli Alieni. Chissà se gli piace la frittata di zucchine.
Tengo gli occhi ancora chiusi e La Cosa inizia a toccarmi.
«Mamma? Mamma ma che hai?»
Lentamente li riapro e solo allora comprendo che La Cosa ha in realtà le generalità della mia primogenita.
«Mi hai fatto prendere un colpo», riprendo fiato cercando di rianimarmi su una sedia, «Non dovevi essere al cinema?»
«Sì, ma tutti gli horror erano sold out. C'erano solo posti per Oceania .Ti pare?», e fa una smorfia di disgusto, «Mi cerco qualcosa in streaming va», e scompare chiudendo la porta che, ovviamente adesso di cigolare non ci pensa nemmeno.
In fondo la capisco anche. L'indigestione da scary movie  è tappa obbligatoria. Quasi un rito adolescenziale che sta cronologicamente tra  La Prima Comunione e La Cresima. Andate e vedetene tutti.
Che tanto con le paure prima si impara a fare i conti e meglio è.
Io per esempio ho avuto una formazione precoce sul campo grazie alla convivenza forzata con "La bambola che cammina".
Uno dei miei incubi peggiori: una creatura in plastica, gomma e pupille cerulee alta quasi quanto me, giunta in dono mentre soffiavo otto candeline.
Poteva essere un bel regalo se sognavi un futuro nel magico mondo della riabilitazione fisioterapica, perché per farla camminare dovevi passarle una mano sulla schiena e spingere nel modo giusto l'arto inanimato affinché le gambe spingessero in avanti. Ma per me, che ho sempre odiato  Candy Candy - vuoi mettere Lady Oscar? - e le sue compari, non ci fu regalo peggiore.  Quell'essere sobillava gli aspetti più tetri della mia fantasia: di notte tremavo in preda al terrore pensando che non appena mi fossi addormentata quella mi avrebbe fatto a fettine.
Riuscii, con grande stupore dei miei, «Come sarebbe che non ti piace? È così… grande!», a farla sloggiare in camera da letto. Dove venne poi riciclata come inquietante poggia abiti.
Fino a quando mia madre non andò in fissa con la forma fisica e allora acquistammo una cyclette.
Il manubrio in effetti permetteva di agganciare con facilità una serie di pantaloni e giacchette che Bambola che Cammina non si sognava nemmeno.
Finì in balcone, accanto ai gerani e alla cassetta degli attrezzi.
Restò lì non so per quanto tempo, avvolta da un cellophane trasparente. Ogni volta che sbirciavo dalle tendine le richiudevo in fretta: mi pareva di avere una salma da terrazzo.
 Nessun colombo osò più mettere l'ombra di un becco sul nostro balcone.
Diventai grande sperando nell'irruzione dell'FBI e di una tazza di Ciobar con Fox Muller.
Non accadde mai. Mi ritrovai invece su poltroncine anguste, aroma di olio di semi,  con fronte-naso-occhi  spiaccicati sulla spalla del fidanzatino di turno molto meno avvenente, mentre Freddy  Kruger si sfilettava il malcapitato di turno in alta definizione.
Del resto con gli artigli ferrosi dovevo ancora prenderci confidenza. Mi aiutò Edward Mani di forbice e sopratutto il poster a doppia pagina di Johnny Depp, omaggio di una fanzine insieme a un gloss alla fragola.
Mi passavo sulle labbra quella pallina girevole e tempestavo il poster, appeso con cura in cameretta, con una cascata di baci liquidi al profumo di fragola.
E finalmente la paura si era tramutata in qualcos'altro. Di decisamente più piacevole.
Un solletico all'altezza del cuore.

4 commenti:

  1. Avevo anch'io quella bambola. Devo dirti altro?!

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  2. Cioè...BCC Bambola che cammina in plastica e capelli posticci????

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  3. Una bambola così me la regalò la sorte, il giorno di un mio compleanno. Ero con la mia famiglia ad una chiassosa festa patronale, nella calura di una sera di metà agosto. Un gioco, protagonista un criceto in una specie di piccola arena, una sorta di miniatura del colonnato di piazza San Pietro. Sopra ogni varco, ogni due colonnine, c'era un numero. Quel criceto si andò ad infilare sotto il varco numero 14, proprio quello che avevamo sul biglietto acquistato, e a me toccò in sorte la bambola. Avrei preferito il criceto.

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    1. Ahhhh!!! Me lo ricordo il gioco del topino nelle tane! Mamma mia, quanto tempo!!
      ps. La mia BCC si chiamava Luciana. Se avesse avuto un criceto temo che se lo sarebbe ingoiato di notte, tutto intero, come i pitoni ;)

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