venerdì 19 maggio 2017

Ecco a voi...Massimino Dé Gorgus!


Questa volta sul blog arriva un ospite speciale Massimino Dé Gorgus, che forse avrete già avuto il piacere di leggere sul Diario di Adamo di Vanity Fair.
Chi si nasconde dietro questo pseudonimo?
Ecco alcune opzioni:
1) Un professore di spagnolo con la passione per i monologhi umoristici e un debole per le rotelline di liquirizia;
2) Il cugino di sesto grado di Andrew Crofts; 
3) Uno stimato professionista che di giorno rimbalza da regione a regione ma, al calar delle tenebre, si diletta con penna e calamaio;
4) Elena Ferrante.

Io sono stata fortunata perché ho avuto il piacere di incontrarlo.
E, con la mia faccia tosta, gli ho chiesto se aveva voglia di scrivere qualcosa qui.
Lui, sprezzante del pericolo e del rosa, ha accettato.
E siccome è un galantuomo ha aperto la portiera della sua macchina (usata ma tenuta bene) e ci ha fatto entrare...
IL PRIMO MOTORE MOBILE
di Massimino Dé Gorgus





Ebbene sì, ho comprato l'auto nuova. In realtà usata, ma tenuta bene. Anche perché la mia fidanzata insisteva. D'altra parte è giusto venire incontro alle esigenze della propria donna. Sennò, quando usciamo la sera, dove potrebbe buttare i kleenex dopo essersi soffiata il naso, e i chewing-gum masticati, strizzati nella stagnola e col prolasso?
Perché non dimenticatelo: un calzino inopinatamente dimenticato per terra in bagno è il sacrilegio massimo, l'affronto indelebile che potete fare alla donna con cui convivete.
L'automobile invece è la dimostrazione che esiste un mondo parallelo, fatto di antimateria. Quella che lei deposita senza sensi di colpa nell’abitacolo.
E allora, alle tue flebili proteste dopo aver trovato la cartaccia d’un Mon Chéri trasudante cioccolato nel cruscotto, fra la Carta di Circolazione e i documenti dell'assicurazione, ti sentirai rispondere che sei un fissato. Che vuoi più bene all'auto che a lei, che gli oggetti non devono diventare status symbol. Mentre ti intima di prenderle la borsa Gucci sul retro, perché lei si sta allacciando le scarpe Manolo Blahnik e non ci può arrivare.
Che poi a me dell'auto non è mai interessato un granché. E non lo dico per fare l'intellettuale da strapazzo, di quelli che amano uscire con "Avere o essere?" di Fromm sotto il braccio. E poi se lo slogano, il braccio, per farsi il selfie tutti emozionati quando scorgono in centro una Ferrari. Di solito parcheggiata rigorosamente in divieto di sosta.
No, io le auto non le conosco davvero. Soprattutto i modelli.
All'esame di scuola guida il mio problema più grande fu quando l'ingegnere della motorizzazione mi intimò: "Accosti dietro al 105".  Mi avesse detto almeno il colore!
Avrei evitato nella strada a senso unico l'inversione per cercare i numeri dispari. E l'inspiegabile bocciatura.
Ma quando finalmente ho avuto il pezzo di carta, la mia vita è cambiata totalmente. E non sto parlando della laurea, ma della patente. L'unico attestato che in Italia ti permette di fare un po' di strada.
E che ti fa entrare nel mondo adulto, quello fatto di competizione vera e assenza di pietà.
Perché da bambino ti insegnano che devi aiutare ad attraversare la signora anziana che cammina piano. Da grande e patentato ti ingiungono che se non le sbraiti contro, alla vecchia che guida piano, sei un mezz'uomo. Sfigato, e pure impotente.
A maggior ragione se non accetti anche tu di scatenare l'inferno nell'arena gladiatoria della zona semaforo, in città come Milano. Dove ormai vige la clacsonata preventiva, quella di chi suona ora col rosso perché il verde si accenderà poi. E inveisce contro quelli davanti nella fila, colpevoli di non essere ancora scattati in falsa partenza.
Ma in fondo nelle metropoli puoi sempre evitare di prendere l'auto e affidarti ai mezzi pubblici. Che ti permettono, anche nella frenesia della giornata lavorativa, di ritagliarti del tempo per riflettere. E apprezzare ancora una volta l’immortale saggezza di Eraclito l’Oscuro e il suo apodittico “panta rei”, tutto scorre. Tutto, tranne evidentemente l’autobus dell’ATAC che stai aspettando da un paio d'ore, sotto la pioggia, a Roma.
Devo ammettere invece che i viaggi lunghi in auto, quelli verso città lontane, hanno ancora un loro fascino, un’aura d’avventura.
Lì, in autostrada, l’esistenza ti rende partecipe dei più archetipici stadi sul cammino della vita: le epopee del nomadismo, le transumanze rituali, i viaggi iniziatici. E la sosta pipì all'Autogrill.
Che è l’unico aspetto del tragitto che in realtà ti dà appagamento. Perché appena accosti, già pregusti la soddisfazione di sapere che tu potrai entrare trotterellando nel bagno per gli uomini. Mentre la tua fidanzata, con gli occhi imploranti che ti guardano allontanarti, si accoda all’ultimo posto nella fila delle donne: un serpentone tipo Centro Commerciale di Tokyo all’uscita del nuovo modello di iPhone.
Così poi in bagno davanti all’opera di Duchamp, mentre stai facendo affogare il dischetto di canfora, hai la conferma che qualche prerogativa nell'essere nato maschio ce l'hai ancora. E forse almeno questa non cambierà mai.
Dopo ti lavi le mani, di solito solo se già c'è stato qualche scambio d'occhiata coi presenti, e ti asciughi. Ma qualcuno li ha mai sperimentati davvero i phon per le mani? Perché diciamocelo, quell'arietta tiepida zufolata non ha mai asciugato nessuno. Di sicuro non le mani pelose come le mie, che le ho tipo la Bestia di Disney. E alla fine mi tocca sempre strusciare i dorsi umidi sui pantaloni e fare la figura dell'incontinente.
Ma adesso, con gli sviluppi galoppanti della tecnica, hanno inventato i nuovi asciugatori, quelli a fessura, tipo bocca della verità. Che, mentre ci infili le mani, ti chiedi sempre se ne usciranno fuori. E che quando si attiva il flusso d’aria, ti viene da pensare: “Ma qua dentro, tutte ’ste gocce nebulizzate coi batteri degli altri ora finiscono sulle mie dita?”.
Ma non c’è tempo per riflettere: appena esci dal bagno, individui lei che adesso sta aspettando al terzultimo posto della fila. E le dici: “Cara, ti prendo un kleenex dalla borsa”. E invece le freghi il portafoglio. Così non potrà comprare tutte quelle schifezze, tipo chewing-gum e Mon Chéri.
Che sennò se li mangia mentre guidi. E poi ti fa trovare tutte le cartacce trasudanti cioccolato nell'abitacolo della tua automobile appena comprata nuova. In realtà usata, ma tenuta bene.

copyright Massimino Dé Gorgus

Vi è piaciuto questo viaggio sulla macchina del Dé Gorgus?
Le mie ansie da parcheggio, le clacsonate al giallo e compagnia bella, ve le avevo già raccontate qui.
Ora la parola a voi, cari lettori.
Volete fare una class action a difesa delle vecchiette sulle strisce pedonali e non? Avete un'idea per brevettare una choco-car-bag adatta all'incarto dei Mon Chéri?
Massimino ed io aspettiamo manie e confessioni di patiti d'auto (e non) cinguettando a @MDeGorgus e @violavertigini.
Raccontateci in che modo appallottolate i kleenex e se, anche voi, soffrite di ipocondria da asciugamani a fessura.
Noi, intanto, pensiamo a come organizzare il prossimo viaggio in blog ;)








martedì 2 maggio 2017

Tempo di Libri e ...di fantasmi!





Cronaca Semi-seria di due "sabaude" in trasferta a Rho-Fiera
di Monica Coppola e Miranda Martino
Vi è mai capitato di sognare un ambiente e poi di descriverlo più o meno così: “ho sognato che ero al Salone del Libro” ma non era proprio uguale...
Da torinesi in trasferta questo paragone è inevitabile perché frequentiamo il Salone da quando è nato. È cresciuto a Torino e noi siamo cresciute con lui. A nulla sono valsi i tentativi di rinominarlo “fiera”. Per i torinesi  è il Salone.  Quest’anno però gli è nato un fratello, Tempo di libri, residente a Milano-Rho. Questa fiera ha visto la luce tra numerose polemiche. Noi ci siamo state sabato 22 aprile e vi raccontiamo cosa ci è piaciuto.
La Fiera all'apparenza sembra identica a quella del capoluogo torinese ma con la variante della moltiplicazione per eccesso.  Gli spazi sono immensi, tanto che si fa fatica ad orientarsi. 
A cominciare dal parcheggio in cui vaghiamo una buona mezz'ora prima di trovare l'entrata.
Le sale delle conferenze che Lingotto contrassegna con i colori qui hanno i caratteri tipografici.
Spiccano i grandi brand, che la manifestazione hanno fortemente voluto, ed abbiamo abbiamo l'impressione di passeggiare nella libreria di un centro commerciale, ma amplificata all'ennesima potenza.
Ma, facendo uno slalom attento tra gli stand dei Colossi, qualche chicca da gustare c'è: come i  Cofaletti, packaging letterari che contengono libri d'autore ispirati a prodotti di massa (dalla pasta al detersivo) l'area relax con materassone, bagni senza code, bar e spazi snack a distesa spazi bimbi a go-go, e padiglioni di show cooking che si alternano agli stand stimolando l'appetito di pancia, forse ancora più che quello intellettuale. Ha un che di familiare sfogliare un libro ed essere avvolti dal profumo di soffritto: noi , da vere donne multitasking, spesso leggiamo davanti ai fornelli.
Il programma di incontri è molto fitto e di tutto rispetto: piatto ricco mi ci ficco, tanto che è difficile scegliere.
Il lato positivo è che puoi vedere i tuoi idoli, in carne e inchiostro, senza le code sfiancanti che spesso demotivano al Salone del Libro. Qui la ressa non c'è. Forse per gli spazi ampi  o forse perché l'affluenza è nettamente minore ma non approfondiamo.
Noi scegliamo l’incontro con Vanna Vinci, presentata da Chiara Valerio, curatrice del programma di TDL . l’occasione è il romanzo illustrato Aida al confine. Scritto e disegnato da Vanna Vinci, la sua prima uscita per Kappa Edizioni  è del 2003 (traduzione franco-belga, Aida à la croisée des chemins, ed. Dargaud, 2008) e nel 2017 torna, arricchito di contenuti inediti, per Bao Publishing. Questo libro si porta egregiamente i suoi 14 anni. Se siamo qui a parlarne, in un mondo editoriale dove i romanzi hanno scadenze più brevi dello yogurt senza conservanti, significa che possiamo considerarlo letteratura resistente.
Da qualche anno in Italia les bande desinées sono considerate con la dignità culturale che meritano. E merita Aida al confine, ambientato a Trieste in una città che appare sospesa. Qui Aida incontrerà i fantasmi dei suoi nonni, che la condurranno attraverso un viaggio nel tempo e nello spazio, dalla Grande Guerra ad oggi. I morti compaiono quando hanno ancora delle faccende da risolvere e per farlo hanno bisogno dei vivi.  Da questa riflessione si diramano citazioni e racconti, come la  Trieste de “Lo stadio di Wimbledon” di Daniele Del Giudice, i rimandi cinematografici (Il sesto senso, The Others) a cui fanno eco  innesti di addetti ai lavori presenti e subito coinvolti da Chiara Valerio: Enrico Terrinoni, traduttore  di “Ulisse” di Joyce (Newton Compton, 2012) e Marcello Fois, autore di noir, che racconta di come con i defunti si possa intrattenere una comunicazione declinata al presente: dei morti non si parla al passato perché sono sempre con noi. Si parla di fantasmi e di ossessioni, letterarie e personali.
Fois ad esempio ci racconta del dialogo immaginario (ma lo sarà stato davvero immaginario poi?) di sua zia con Santa Rita. Dialogo che, quando andava in tilt, procurava un immediato rovesciamento a testa in giù sul comodino del quadretto della santa.
La presentazione ci incolla alla sedia, dall'inizio alla fine, animata dell'eloquio ritmico e coinvolgente di Chiara Valerio come quello di Vanna Vinci.
Passiamo dai fantasmi di carta a quelli personali cullata da una dialettica impeccabile, una grammatica italiana che suona come melodia, da Dracula ai Peanuts, il tutto provando una segreta invidia per la pin con simbolo apotropaico che Vanna Vinci ci mostra orgogliosa sotto la giacca in total black.
Sono le 12.30, fuori impazzano gli showcooking ma dentro la sala Futura l’atmosfera è divertita e sospesa. I posti in prima fila sono vuoti, ma sarà davvero così? Sono forse riservati ai fantasmi? Perché è chiaro che nella sala ci sono presenti e presenze.
L'incontro, da solo, vale interamente il biglietto della fiera (ndr pagato a prezzo pieno perché gli autori non risultano nell'elenco degli accreditati. L'unico modo per avere lo sconto di cinque euro era andare poi allo sportello con i propri testi, stile piazzista a dire qualcosa del tipo "Lei non sa chi sono io" Ma preferiamo di no, ed optiamo per il biglietto on line, a tariffa piena).
Uscite da lì, per non seguire la tentazione di tuffarci dentro uno showcooking , scegliamo di seguire Marcello Fois che al Caffè Garamond passando per il suo  Quasi Grazia di Einaudi ci presenta due nuovi scrittori Italiani Giuliano Tabacco (La Grande Mappa di Transeuropa) e Ida Amlesù (Perdutamente di Nottetempo). Usciamo con un desiderio di iscriverci ad almeno tre corsi di lingua a testa visto che la Amlesù, classe 1990, parla e legge in ben sette lingue diverse.
Finisce che compriamo un tramezzino, ci incantiamo allo stand di Asmodee che non pubblica libri ma giochi innovativi e originali come Dixit, gioco di carte con la narrazione al centro.
Miranda lo ha già io non ancora e allora per essere originale ne compro uno che stimola cervello, riflessi e memoria.
La sera al rientro mia figlia Chiara, classe 2007, mi straccia dieci a uno.
Per vendicarmi chiudo la scatola del gioco e inizio a raccontarle una storia di fantasmi...


lunedì 24 aprile 2017

Quasi quasi divento felice di Gaia Parenti #pscicogaia





C'è una domanda tra le pagine di Viola, vertigini e vaniglia che viene posta in tre momenti diversi della narrazione. E' una domanda a cui è difficile rispondere: Sei felice ?
Viola sceglie di arrabattarsi a modo suo.
Io, quando me lo chiedono, non so mai bene come rispondere.
Oscillo tra il desiderio di annuire, sfiorando casualmente il cornetto apotropaico tuffato nella borsa, o dissentire acciuffando un kleenex appallottolato per soffiarci dentro malumori e desideri al contrario.
Così ho voluto rilanciare il quesito alla mia psico-amica Gaia, che ha tutti i "ferri del mestiere" per scavare più a fondo e vedere che cosa viene fuori.
Ed ecco qui le sue riflessioni al profumo di benessere e violetta di Parma.
p.s E voi, lettori, siete felici? :)
Quasi quasi divento felice
di Gaia Parenti
In questo momento sono felice, per rispondere alla domanda che qualcuno di voi sicuramente starà digrignando a denti stretti, dopo aver letto il trafiletto scettico.
Perché sei felice?
Perché penso alle tre V – Viola, Vertigini e Vaniglia – e cerco di immaginare ad occhi chiusi, l’aspetto, il contatto, il profumo ed il gusto, con queste tre entità, e mi concentro solo ed esclusivamente su questo. Non penso più la bolletta che dovrò pagare domani, o alla fila che troverò fra un’ora in autostrada. A cosa mi servirebbe? A rovinarmi questo momento di autentica felicità mentre scrivo. Sto praticando decisamente un esercizio di mindfullness (pratica per superare i momenti di stress e gioire dei momenti quotidiani che sembrano inaspettati), e questo mi riempie di gioia, così come  Viola si diverte quando immagina storie su improbabili tacchini, nonostante il suo sogno sia un altro, ma non quello di essere “altro da sé”.  
Viola pratica esercizi di consapevolezza, anche se non lo sa 😊 .
E’ sempre distrattamente presente, senza mai perdere di vista l’obiettivo, anche se non ne fa la sua ossessione . Questa è  la felicità. Vivere esclusivamente il momento presente, portando la nostra attenzione e consapevolezza al “qui ed ora”. Chiedetevi questo: è funzionale vivere quello che potrebbe o che non potrebbe accaderci fra due ore? No. Non vi farebbe gustare questa lettura, oppure un’altra.  La felicità è una scelta, non troppo facile per i nostalgici dell’infelicità. E’ una terapia da ricercare, momento dopo momento. Si pensa di non averla eppure ce l’abbiamo tutti, e non costa che uno barattolo di concentrazione e allenamento. 
A me interessa la felicità, quando accade, e quando questo succede, viviamola e inganniamo l’infelicità sorniona.
A me interessa l’attimo di felicità di Viola che riesce a camminare per più di 5 minuti su un tacco 12, avendo superato un suo limite, non solo fisico, ma mentale. A me interessano Emma e Viola quando si parlano, si confidano e si “ascoltano”. Si comprendono, non fanno finta di sapere di cosa stanno parlando, perché sono presenti; partecipanti attive e divertenti della loro funambolesca amicizia.
Mi interessa sorridere perché tornando la sera a casa, nel frigorifero trovo due pomodori anziché uno (eppure ero convinta).
La felicità dunque, quando capita, e capita, facciamoci caso.
Prima parlavo di “ingannare l’infelicità” (possiamo anche tradirla in questo caso), perché mi veniva in mente lo stratagemma cinese che dice “attraversare il mare per ingannare il cielo”. Ciò che è familiare non desta la nostra attenzione e quindi, la nostra felicità. Ciò che si trova abitualmente sotto il nostro naso, non attira il nostro interesse, la nostra curiosità. E qui si cade in errore.
Ma vi svelo un rimedio veloce: mostriamo all’infelicità la nostra felicità soprattutto alla luce del sole. Abbozziamo un sorriso, assumiamo un portamento dignitoso anche davanti alle catastrofi quotidiane, alziamo gli occhi e respiriamo il profumo degli alberi di pesco e ciliegio, abbracciamo la nostra migliore amica, accarezziamo il gatto, assaporiamo la nostra miscela di caffè preferita, tocchiamo una saponetta profumata e percepiamone la forma, curiamo le nostre unghie, coccoliamoci con una tisana calda addolcita con il miele, danziamo con l'olfatto sulle note di una candela al profumo di vaniglia. La nostra infelicità non è abituata a lenire i cinque sensi. Non sa prendersi cura del nostro benessere. Proviamo noi al posto suo.
P.s. Per i più distratti c’è il piano B. Carta, penna e tanta volontà. Annotarsi il giorno, il motivo e la durata del momento felice. Vi accorgerete, che ci sono tanti, ma tanti piccoli e insostituibili momenti di felicità, durante la vostra settimana, che hanno un retrogusto dolcissimo, ma solo se vi ponete un’attenzione consapevole.  Il principio base è coerenza con sé stessi, accettazione delle realtà presente, superare e godere, con piccoli trucchi e oggetti (vedi sopra), il momento “qui e ora”, che può comportare angoscia momentanea.

Abbracciamo la felicità, quando arriva e mordiamola; Delicatamente ma con determinazione, come fanno le viole.


lunedì 17 aprile 2017

Danni permanenti ( e il gradito ritorno di Miranda Martino)

Eccoci qui a parlare di nuovo di capelli.
E a cedere la penna a chi dell'argomento se ne intende ovvero Miranda Martino che, dopo il post sui Solitari, torna ad impreziosire questo blog. 
Lettori e lettrici, togliete le mani dai capelli, mettetevi comodi e gustatevi "Danni Permanenti".
Dopo, se vi va, potete dirci che tipo siete voi.
Io, ad esempio, sono Altalena per definizione: guai a cambiare un solo capello dell'amatissimo e fedelissimo carré.
Pena: pentimento e rimpianto perpetuo.
Miranda, invece, è una Hellopatica. Cosa significa? Bè, lasciamolo raccontare a lei...




Testo di Miranda Martino
Foto di Alessandro Cortazzi

Primavera, periodo di rinnovamento: le foglie sui rami sono di un verde nuovo, inedito, il verde della vita emergente. I fiori entusiasti fanno bisboccio. Tutto riparte, usciamo da un periodo di letargia mentale, non potendo fruire di quella biologica. E in tutta questa prorompente rinascita io vorrei parlare di ricrescita. “Quella” ricrescita. La sottile linea bianca che corre sulla sommità del capo delle quaranteenager. La linea di mezzeria  della testa, il crinale che separa “giovane” da “giovanile”. La ricrescita manda fuori di testa anche le più equilibrate, che corrono ai ripari cospargendosi il capo di una pastella colorata. Tempo di posa variabile, risciacquo et voilà, come nuove.  La tinta è il rimedio inevitabile per una situazione che, ahimè, non si può controllare. Poi però si apre il mondo del taglio di capelli. Gli uomini: i capelli si tagliano quando sono troppo lunghi, i capelli si rasano quando iniziano a cadere. La donna: si relaziona alla sua chioma con intenti terapeutici. Ecco le tipologie di pazienti e il tipo di cura a cui si affidano.
L’omeopatica: tratta il male con lo stesso principio, la cura è a rilascio graduale, lenta ma inesorabile. Costei sceglie la permanente, che abbina fini estetici e culturali: durante i lunghi tempi di posa si può leggere La Recherche di Proust.
L’allopatica: la cura ha effetto immediato. Predilige l’aspirina dei cambi di look, il taglio netto, passando da Rapunzel a Soldato Jane in un battito di ciglia.
La fitoterapica:  “naturale” è il suo vessillo. Non colora mai i capelli. Molto di moda, tanto che ha alimentato una deriva tale per cui le ventenni si tingono i capelli di grigio.
Queste sono tre delle infinite sfumature sulla nuca che il mondo tricologico ci suggerisce.  Eccone altre.
L’altalena: a dispetto del nome giocoso oscilla in balia dell’indecisione. Si rivolge al coiffeur chiedendo un consiglio ma poi non si fida, si fa accompagnare da un’amica che però ascolta solo un po’. Accetta solo microscopici cambiamenti  nella lunghezza o nella forma di un taglio.
La recalcitrante: i capelli di questa donna vanno maneggiati con cura. Si reca dal parrucchiere quando, a furia di tagliarsi la frangia da sola, assomiglia a Jim Carrey in Scemo e più scemo oppure quando ha delle doppie punte grandi come rami di mangrovia. Entra nel salone e si nasconde dietro una poltroncina. Il consiglio per gli operatori del settore è: lasciatela fare, piano piano si abituerà all’odore di lacca e verrà fuori. Con gesti cauti fatele indossare la mantellina. Non proponete nulla! Riparate i danni evidenti e congedatela in fretta.
Poi ci sono le hellopatiche: io faccio parte di questa categoria, quelle che hanno salutato i capelli ormai da tempo. Non ce li ho.  Se voglio la frangetta devo tracciarla con il pennarello indelebile. C’è stato un tempo in cui avevo i capelli lunghi. C’è stato un tempo in cui ho addirittura fatto uno stage presso la redazione di una rivista specializzata per hair stilyst. Avevo il compito di descrivere i tagli in maniera originale. Allora non ero la mente eletta che avete di fronte adesso (oggi ho decisamente la fronte più alta). Allora ero un giovane e fresco virgulto della scrittura e ho prodotto cose di cui  non vado fiera. Vi confesso  solo un titolo, mettete un golfino perché vi verrà freddo: “Jungla metropolitana”. E giù tutto un discorrere intorno a un frisée scompigliato, una cotonatura selvaggia, dei colpi di sole estremi.  Ma questo succedeva almeno venti anni fa. E il gergo tricologico era molto diverso. Ancora si parlava di ciuffo, di tagli scalati, sfilati, con qualche deroga al francesismo con i carrè e le mèches. Ma qualcosa stava cambiando. L’ho capito il giorno che, in redazione ospitammo un hair stilyst. Ci portò in dono una sua invenzione: si trattava di rasoi montati su unghie posticce per fare i tagli sfilati. Questo emulo di Edward mani di forbice sì esibì in una performance indimenticabile, spennando come una gallina la modella che gli capitò tra gli artigli. Era l’inizio della fine. Solo oggi realizzo cosa è davvero successo . Dove sono i vecchi e rassicuranti bigodini? E tagli dai nomi normali?  Oggi bob, lob e wob stanno al caschetto come Qui, Quo e Qua stanno a Paperino. Bang! Non è un’espressione onomatopeica ma è la frangia. Il bun c’entra niente con il dialetto piemontese, è lo chignon. Pixie non indica una bassa risoluzione ma il taglio alla maschietto. E balayage, e shatush, e non trascuriamo il brushing né il camouflage.  Mi sono persa, certo sono fuori dal giro. Però delle sedute dal parrucchiere ricordo: il massaggio delle mani sulla testa durante lo shampoo, la spazzola morbida sulla nuca per togliere i capelli tagliati e lo specchio retrovisore, con cui il parrucchiere mi mostrava il taglio posteriore. E poi: il giorno in cui avevo l’appuntamento con il parrucchiere i capelli mi stavano benissimo, come per dispetto. Ma io vi ho amati, capelli caduti e accaduti. Continuerò ad aspettare il vostro ritorno. Forforever.

domenica 12 marzo 2017

In principio fu l'arcobaleno: Metamorfosi (a colori) di un Adolescente Geneticamente Modificato




«Voglio i capelli così» la mia primogenita, sedici anni portati in semplicità come il suo castano naturale, mi sbatte sotto il naso una rivista in cui ondeggia uno sfumato balajage arcobaleno.
Un brivido sfreccia lungo la colonna vertebrale, all'apparenza innocuo ma letale come quelli che dai oggi, e dai domani ti entrano nelle ossicine e qualche mese dopo puoi fare i casting per la controfigura a Quasimodo.
Dunque è così che succede?
È questo il primo Instagram che trasformerà la mia bambina in un Adolescente Geneticamente Modificato?
Perché io lo so che sarà cosi. Si inizia con "magari mi faccio due colpi di sole" e da lì alla richiesta delle ali di Arcangelo che spuntano sotto il costato, e Dio solo sa dove vanno a finire, è un attimo.
Mi sembra già di sentire lo schiocco della pallina di acciaio, ma sì, quella che le trapasserà la lingua da parte a parte, che esibirla tutta intera adesso sembra quasi un'offesa.
Per non parlare dei lobi. Sì, quelli in cui fino a qualche giorno prima sonnecchiavano pacifiche ignare e minuscole coccinelle alternate a qualche altro simpatico animaletto.
Spiacenti: permesso di soggiorno scaduto. Rimpatrio forzato nei boschi.
Con nostalgia canaglia del lobo, che rimpiange quei tempi felici, e già trasale al cospetto della materializzazione del suo peggiore incubo: il dilatatore.
Una specie di hula hop che avvinghierà la parte finale dell'orecchio e non la mollerà fino a quando non si sarà allungata e divaricata a dovere. Una tappa imprescindibile della metamorfosi di cui l'AGM va assolutamente fiero.
Il lobo decisamente meno, ma purtroppo non ha voce in capitolo. Come nessun altro del resto, perché l'AGM fa solo quel che gli pare quando gli pare. E se tu obietti ti risponde citando la best hit di Rovazzi. Senza asterischi però.
Che vorresti anche spiegargli che quella cosa lì, di allungarsi i lobi, non è mica una novità.
Che le nonne e bisnonne in tempi non sospetti svenivano trafitte dai pendagli dorati subito dopo il primo vagito. E poi con quei cerchi tintinnanti di oro puro ci crescevano e crescevano anche quelli: più eri benestante e più quelli erano pesanti. Si deduceva che le donne dalle orecchie a cocker se la passassero piuttosto bene. Poi, per fortuna, l'oro giallo è stato sdoganato dal bianco e dai diamanti, che se sono finti o veri se ne accorgono in pochi e quindi con due punti luce alle orecchie la nostra porca figura ce la facciamo tutte.
Ma questa è una storia che all'AGM non interessa affatto.
E forse nemmeno alla mia primogenita, che mi guarda con occhi interrogativi con la rivista in mano in attesa di una risposta.
Guardo con più attenzione la teenager con i capelli arcobaleno e penso che, dopo la carrellata di scenari da incubo in monovisione, non sono poi così male.
Se la mutazione deve iniziare, la scelta dei colori arcobaleno mi sembra la meno peggio.
Sgancio i soldi per il parrucchiere mentre sui lobi spiccano ancora una coppia di minuscoli lepidotteri rosa.
I lobi, sentitamente, ringraziano.

(copyright Monica Coppola - editing Stefania Crepaldi - Grafica Mariateresa di Mise)


lunedì 13 febbraio 2017

"Buonanotte Viola..." E poi? Scopriamo cosa è successo dopo secondo #PsicoGaia

Molti si saranno chiesti, cosa è accaduto dopo quella “buona notte Viola”, e se lo chiederanno (forse) ancora per molto tempo, visto che certi incontri rimangono “fatali” ad oltranza.  Io sono con le cianche larghe (detto di noi toscanacci), dalla tensione nervosa per sapere che fine hanno fatto quei due (mi piace pensare ad un focoso rapporto inatteso post trauma). 
Nell'attesa mi sto divorando una stecca di cioccolata. Un’attesa che, secondo me, deve rimandare alla bellezza del ritrovarsi e (ri)scoprirsi “diversi e indipendenti insieme”.  Le storie posso finire solo nel momento in cui, due anime si sono salutate in modo gentile, ringraziando per essersi donate a vicenda.
Proprio come è accaduto a Emma e a Edoardo. Qualcuno alza uno striscione con la scritta “Se c’è qualcosa di speciale in questo cielo passerà di qui prima o poi” . Qualcosa di fulminante è ritornato, anche solo per qualche minuto per i due “ex”. Ma si può davvero essere un “non più” di qualcuno o di qualcosa? Consulto un attimo il dizionario:
“Ex”Preposizione
1)     per indicare la funzione precedente all'attuale…
2)     chi ha cessato di ricoprire quel ruolo...

Non posso che rispondere sì, a livello grammaticale e semantico, perché Emma, come Edoardo, non hanno più la funzione di prima ovvero “fidanzati”, secondo il principio “questo si fa, questo non si fa”. Non ricoprono più quel ruolo.
Ma si riduce tutto alle parole del Sig. Dizionario? Possiamo pensare, invece, ad un nuovo ruolo, di due compagni di vita che si sono perduti, per poi ritrovarsi, perdersi, ritrovarsi, ancora, ancora. Anche questo è far coppia.
Non sarà quella formato standard A4, dove la condivisione rientra negli spazi quotidiani, ma anche un A3 può essere un buon formato, sebbene poco utilizzato, ma funzionale e piacevole per entrambi.
E’ spesso, il voler rimanere fissati su un’idea di come una cosa deve andare, che fa andare quella cosa nel modo opposto, o che non la fa semplicemente andare, perché c’e’ un’ostinazione nel dare una direzione ben delineata a tutto. L’ “ideale”, non è ideale (scusate il gioco di parole), perché produce frustrazione e incapacità di tollerare la sofferenza che ne consegue. Emma… Finalmente libera, ma allo stesso tempo, finalmente insieme al suo Edoardo - con scossa elettrica per Viola, che si è ritrovata come una violetta del “cosa caspita devo fare?” , e al loro diario adolescenziale, dove si è aggiunta una nuova pagine da scrivere.
Viola, senza attacchi di panico o allergici, è stata una deliziosa complice, al profumo di vaniglia. L’happy end sembra già scritto quando il destino ci mette lo zampino e all'improvviso tutto cambia….


Quando si parla di amori del genere forse bisognerebbe ridefinire il concetto di “coppia” e quando si può dire che è davvero chiusa. Magari da quella “buona notte Viola”, si potrebbe azzardare nel dire, se Viola è d’accordo, che è solo un “Happy moment”, pensando che un momento di felicità ritrovata, possa ripetersi e tramutarsi in una storia tipica o atipica di due persone che si amano, e stanno cercando di capire loro stessi, all’interno di un NOI formato A3 perché, come dice il maestro Woody Allen “ basta che funzioni”, e a noi basta che le cose scorrano semplicemente così come devono andare.
Io tifo per un “bisogna pur viverla, la vita” e prendersi tutto quello che viene di buono, no?”. Emma forse non ha paura di essere felice e basta. Non ha bisogno del permesso di una contraddizione in amore, per lasciarsi andare.
Il meglio della vita, sta in quelle esperienze interessanti, che ancora ci aspettano o che ci permettono di sperimentare “altro” da noi. Ma a noi donne, basta davvero un “buona notte, Viola?”


copyright Gaia Parenti Il bugiardino dell'amore

giovedì 9 febbraio 2017

Amori in Sospeso: attenzione al tasto play ;)



E mentre San Valentino si avvicina io e Gaia ci siamo fatte questa domanda: gli amori non vissuti fino in fondo, lasciati in stand by, avvolti da quella patina di idillio che aleggia sempre intorno a ciò che reale non è (o che si desidera e proprio non si può avere), che fine fanno? In che posto è giusto metterli? Nel cassetto sotto i calzini antiscivolo o accanto al cuore tenendoli vivi anche se il tempo passa e poi chissà un giorno rispolverarli e per vedere cosa accade?
Lo scopriremo presto anche grazie ai consigli di #PsicoGaia e del suo bugiardino.
E intanto iniziamo a metterci il naso prendendo spunto dalle faccende di cuore di Emma, la migliore amica di Viola, che proprio con il tasto play di un amore in stand by dovrà fare i conti.
E poi cederemo il passo a #psicogaia che è lì che scalpita e non vede l'ora di dire la sua...

Come Emma ed Edoardo 

Qualche ora dopo siamo al Palaisozaki in attesa dell’ora x quando scatterà il nostro piano strategico: iniziare a correre per conquistare un posto appiccicate al nostro idolo. Nel frattempo, provo ancora a contattare zia Dalia ma senza successo. «Dai, molla il cellulare! Stanno aprendo i cancelli!» All’improvviso la folla balza in avanti e tutti iniziano a spintonarsi. Emma in fibrillazione sguscia abile trascinandomi per una manica del giubbotto. Considerando che non siamo più le ragazzine di un tempo, io le avevo proposto di scegliere delle comode seggiole nel secondo anello numerato. Ma ovviamente non c’è stato verso. Per lei i concerti si vivono dal vivo vale a dire in piedi, con porzioni limitate di anidride carbonica e pigiate come soppressate ma assolutamente sotto al palco, costi quel che costi. Vuoi mettere l’emozione? Alla fine sgomitando un po’ riusciamo a conquistare il nostro posto in prima fila. Sul grande maxischermo le lancette digitali iniziano il conto alla rovescia. Le luci si spengono e appena si diffondono le prime note vengo trasportata in quel mondo in cui le emozioni diventano musica. Due ore dopo, con le corde vocali ormai sottili come sfoglie di lasagna, le quote rosa intonano in coro il ritornello del brano Le donne lo sanno. Emma accanto a me canta e danza spensierata. Poi mi volto e lo vedo. Nonostante il buio, nonostante la folla. Un paio di occhi appartenenti ad un maschio bianco poco più che trentenne, che, anziché fissare il palco, convergono direttamente verso il vulcano rosso al mio fianco. Sono quelli di Edoardo. Lui si accorge di me e mi fa un cenno con la mano. Il mio sguardo corre protettivo verso Emma che sta assaporando il concerto come uno spicchio di
mandarino, finalmente libera e senza nessun uomo accanto. Ma qualcosa mi dice che non durerà a lungo… Intanto Edoardo, come un moderno Mosè in Hogan e Lacoste, si apre un varco tra la folla. «Hey perché hai smesso di ballare?» Emma, insospettita dalla mia staticità, si gira verso di me nell’istante esatto in cui Edoardo ci raggiunge. «Emmi...» lui pronuncia il suo nome con infinita dolcezza. I loro occhi si incontrano. Qualcuno alza uno striscione con la scritta Se c’è qualcosa di speciale in questo cielo passerà di qui prima o poi. «Edo…» risponde con un filo di voce. La matita che le ferma i capelli scivola via e i riccioli le ricadono sulle spalle all’improvviso, come una massa di fuoco ribelle. Io li inquadro, fotogramma per fotogramma. E li rivedo come cinque anni fa all’aeroporto di Caselle. Emma, il trolley lilla e i capelli spettinati dal vento che, quel giorno, ha deciso di soffiare implacabile. Edoardo, la sua immancabile Lacoste e quella nuova compostezza di ingegnere fresco di laurea. Un’amicizia adolescente sbocciata grazie al mio attacco allergico alla vaniglia. E cresciuta ai tempi dell’università, insieme a loro. Emma accompagna Edoardo al Politecnico ed esame dopo esame, lo attende paziente a gambe incrociate, il blocco sulle ginocchia, come una macchia allegra di colore. Parlano, scherzano, sognano. Sempre insieme. Progetti e fumetti si confondono uno nella vita dell’altro. L’happy end sembra già scritto quando il destino ci mette lo zampino e all’improvviso tutto cambia… Una pioggia di coriandoli cade dal cielo e io mi ritrovo catapultata nel presente, in un mondo che balla, nell’apoteosi finale del concerto. Accanto a me Emma ed Edoardo continuano a guardarsi come cinque anni fa. Lui si offre di accompagnarci a casa e subito le dita di Emma si arrampicano sopra il mio braccio in cerca di aiuto. «Edo noi ci fermiamo ancora dieci minuti…» prendo tempo io. «Non se ne parla nemmeno. É meglio andare, prima che si formi un ingorgo.» Così ci ritroviamo nella Mercedes di Edoardo, accompagnate da un silenzio più spesso e gelido di una Viennetta Algida. Nessuno sembra interessato a fare conversazione. Emma si è eclissata nel sedile posteriore e se ne sta con il naso appiccicato al finestrino. Edoardo sta sfidando tutti gli autovelox della zona pur di smollarmi il prima possibile al mio domicilio. Infatti in dieci minuti netti sono sotto casa. « Allora grazie…» tentenno indecisa sul da farsi. «Magari vi va di salire a bere qualcosa?» Mi affaccio verso il sedile posteriore cercando gli occhi di Emma. Silenzio. «No, mi sa che non vi va…» Edoardo mi guarda, e le sue dita sfiorano lievi il quadrifoglio dorato sulla chiave di accensione. É il suo modo elegante per dirmi di levarmi di torno. «Io salgo allora…»  Finalmente Emma mi cerca con i suoi occhi da gatta che ora sembrano più smarriti che mai. Si porta alle labbra la punta di un ricciolo ed abbozza un sorriso lieve «Buona notte Viola.» Forse è il suo modo per dirmi che va tutto bene. O forse per dirmi che la vita è così e le cose, semplicemente, vanno come devono andare. Poi la Mercedes scivola via, inghiottita dalla luce fioca dei lampioni, sulle tracce di una colonna sonora lasciata in stand by troppo tempo.

(estratto da Viola, Vertigini e Vaniglia)
copyright Monica Coppola
Immagine realizzata da Maria Teresa Di Mise

martedì 31 gennaio 2017

A proposito di Solitari...





Eccomi qui. Negli ultimi post abbiamo parlato delle tribolazioni assortite dei single grazie all'effervescente #Psicogaia, che è sempre all'opera nell'aggiornare il suo "bugiardino dell'amore" per darci qualche suggerimento sui possibili effetti collaterali.
E mentre con Gaia  stiamo per preparare una sorpresa che  prende spunto proprio dalle pagine di Viola, ho fatto una proposta indecente (siamo in periodo 50 sfumature no?) ad una carissima amica,  giocoliera di parole. Davanti ai maltagliati alle verdure, in una delle pause pranzo finalmente non condivise solo con mouse, tupperware e desktop, le ho lanciato lì il tema "solitario", senza nemmeno avvolgerlo con la carta celeste Tiffany. 
Sapevo che sarebbe stata superflua: a confezionare le parole ci avrebbe pensato lei con il suo dono che, mannaggia ci permette solo di assaporare a spizzichi e bocconi,  incastonandole una ad una per montare un  racconto dal taglio perfetto. Come un diamante.
E quindi, lettori e lettrici, che siate single o in coppia poco importa. Non potete perdere "Insolitario" di Miranda Martino. Un post che risplende di luce. E di quella si sa, abbiamo bisogno tutti...


Insolitario di Miranda Martino

Se penso alla solitudine mi chiedo se il passero solitario fosse single, se l’asola ha nostalgia del bottone e se è vero che sulla scala musicale il sol non abbia amici. Certo quando prova ad accordarsi diventa monotono (SOL-FA, SOL-FA), oppure venale (SOL-DO) o preda di manie di grandezza (RE-SOL). Meglio sol, ma proiettato verso il futuro (il SOL dell’avvenire).
In casa non va meglio, con il solaio depresso perché è calpestato da tutti, mentre al terrazzo è andata meglio: esposto in piena luce è un solarium. Procedo nel mio soliloquio, faccio un assolo di pensiero egocentrico e autoreferenziale, un solipsismo. E mi domando se “Solo” non sia un posto, un luogo comune in provincia di solitudine, dove pare che al supermercato vendano solo monodosi, dove gli hi-fi hanno solo l’uscita audio mono e non è previsto lo stereo, ma pullulano gli stereotipi. E allora un uomo solo vuole solo divertirsi e una donna sola è solo una zitella. Che se sei solo t’illudi di essere felice, ma tanto lo sai anche tu: prima o poi ti verrà quello strano appetito, che non è proprio fame, è più famiglia.
Io non conosco la ricetta giusta ma un ingrediente ce l’ho: il riso. Aggiungete riso e vedrete che in un attimo tutto si stempera e possiamo proseguire sulla nostra strada a dispetto delle regole. Che poi, se una regola è imposta può voler dire due cose: è una tassa o una finestra. Dipende da come la viviamo noi.

Ripromettiamoci di non essere soli ma solerti, solenni e solitari come il diamante, incastonato senza nessun altro orpello intorno. Brilla per lucentezza e sottrazione del superfluo, c’è solo lui e si mostra in tutta la sua bellezza. Solitariamente bello. E la bellezza è una calamita, attira altra bellezza. Allora siamo solitari rilucenti, soli risplendenti perché, come dice Alessandro Bergonzoni, “soli si sorge”.  
Copyright Martino Miranda
Immagine di  Roberto Totaro
http://balloonstrips.blogspot.it/2006/12/nirvana-di-roberto-totaro.html

domenica 29 gennaio 2017

Cose dell'altro mondo!



Le sette e quindici, annunciate da una mitragliata molesta di bip digitali.
Le dita di Alice riemergono pigre dalla trapunta, risalgono il cuscino e atterrano decise sul pulsante infernale, nel tentativo di far tacere la sveglia.
Almeno fino alle sette e venticinque, quando le toccherà sciacquare con acqua fresca i sogni, inghiottire un espresso bollente e correre spedita al centro commerciale, in quel covo selvaggio definito con eufemismo“Box informazioni”.
Infila la divisa, noiosa e anonima, camicia in polipropilene e la longuette blu che le stringe troppo i fianchi, raccoglie i capelli attorno ad un fermaglio agguanta la borsa e pigia decisa il pulsante dell’ascensore.
Il piccolo ovale di plastica però non dà segni di vita. Aggrotta le sopracciglia, arriccia il naso, fa una linguaccia ma niente… l’ascensore non arriva.
Sette e quaranta. Alice osserva l’incedere incalzante delle lancette colorate sul quadrante dello Swatch, maledice quel condominio in cui non funziona mai niente, mette il broncio e si rassegna a fare sei piani a piedi.
Quinto piano. Ci abitano quegli spigolosi e spocchiosi dei Santini, che lei ha soprannominato i Bizochi. Santificano ogni festa comandata, sono in prima fila alle processioni patronali, e di sicuro non mangiano le bistecche il venerdì ma, non appena lei accende la Wii, ecco che si precipitano a suonarle il campanello e in modo ben poco religioso, la invitano ad interrompere il suo unico momento fitness della giornata. È solo colpa loro se poi la gonna le stringe sui fianchi. Alice non li sopporta, anche perché, a dimostrazione della loro assoluta tolleranza verso il prossimo, sotto lo spioncino hanno attaccato un adesivo  fosforescente con la scritta:“Per i testimoni di Geova: non bussate siamo cattolici”.
Ed è stato subito chiaro che si trattasse di un messaggio rivolto alla povera Signora Rosetta che dal quarto piano ogni domenica mattina saliva in su e in giù, gradino dopo gradino, per consegnare ad ogni inquilino un vassoio di strufoli al forno e un opuscoletto sulla fine del mondo, infischiandosene degli adesivi intimidatori.
Sembrava un’inossidabile predicatrice e invece la scorsa settimana si è accasciata alla fermata Metro del Lingotto mentre distribuiva tirature illimitate di giornaletti con la scritta “Svegliatevi!” a sonnolenti e sbadiglianti pendolari.
E ora Alice osserva la sua dieffenbachia tutta spelacchiata e con le foglie all’ingiù, e pensa che la poveretta avrebbe bisogno di sangue come la sua pianta di acqua, ma la questione è molto delicata e se non si sbroglia in fretta c’è il rischio che appassiscano entrambe…
Due file di gradini ed eccola sbucare al terzo piano: quello della superfamiglia Poffi.
Madre, padre e quattro figli, in età scolare assortita e un beagle che sonnecchia perennemente sul loro zerbino. Ogni volta che li incrocia le viene in mente la famiglia perfetta: mamma e papà si tengono perennemente per mano, si chiamano sempre “amò” e hanno salvato sui reciproci smartphone lo stesso nomignolo.
E poi, dettaglio non trascurabile, possiedono la collezione aggiornatissima di tutti i dvd della Wii che le prestano sempre con gentilezza, anche perché costano un botto e lei, con la miseria che prende come addetta box informazioni, col cavolo che se li potrebbe permettere.
Da qualche giorno incontra spesso la Supermamma in ascensore, sorridente e rilassata, forse perché marito e prole sono al campo Scout e lei tira un po’ il fiato povera donna…
Mentre dal terzo piano scende al secondo, imprecando per le decolleté con la punta stretta che l’ignobile Direttore ha imposto tassativamente nel dress code, si accorge del perché l’ascensore non ha risposto al suo richiamo. La cabina sembra bloccata.
«Tutto bene? C’è qualcuno?» chiede bussando alla porta che si intravede per metà, senza ottenere nessuna risposta.
Alice prosegue la discesa attraversando a razzo il secondo piano per non finire tra le grinfie dell’ex colonnello Giulio Tolmini, un gagliardo ottantenne che, tutte le volte che la incrocia, la aggiorna con dovizia di particolari sui suoi ultimi check up , maledice l'incremento dei ticket e la invita sempre a mangiare da lui i tortellini in brodo col dado del giorno prima, perché oltre ad essere ipocondriaco è pure tirchio.
Sette e cinquanta. Saltando i gradini a due a due, Alice atterra al primo piano e quasi inciampa sullo zerbino lustro lustro della Signora Precisetti il cui uscio socchiuso diffonde già un profumo di ragù e il frastuono dell’aspirapolvere passata a manetta. Come sempre non si accorge di niente, perché è troppo indaffarata tra acari e soffritti.
Finalmente  raggiunge il pian terreno dove la coppia di custodi storici, Renzo e Maria, si aggira con aria concitata attorno all’ascensore.
La Signora Maria trotterella avanti e indietro, farfuglia frasi a metà e, ogni tre passi, strattona il povero Renzo che a sua volta cerca di comunicare sia con l’inquilino X chiuso nella cabina dell’ascensore, sia con il clone furioso di Superpapà, alias signor Poffi, di solito mansueto come il loro beagle ma che oggi continua a sbattere i pugni contro l’ascensore, paonazzo e collerico.
«Che succede?» domanda all’inquieta Signora Maria. Lei sospira, si trincera nell’usuale riservatezza da portinaia e poi alza gli occhi al cielo, ripetutamente, senza proferire una parola.
Alice vorrebbe saperne di più ma sono già le sette e cinquanta e deve correre all’ipermercato. Se ritarda anche solo di un minuto quel viscido del Direttore le scala un quarto d’ora.
Si lascia le disavventure del condominio alle spalle, accelera il passo, rimaledice le scarpe che ora le hanno fatto spuntare una vescica sull’alluce, raggiunge trafelata il centro commerciale e striscia il badge alle otto in punto.
«Fai con calma Alice, oggi si fa festa.» l’accoglie la collega tutta pimpante.
«Che succede?» domanda per la seconda volta nella mattina.
«Succede che hanno silurato quello stronzo del Direttore» puntualizza l’altra con allegra soddisfazione, impilando i dépliant con le offerte del giorno.
«Davvero? E come mai?»
«Pensa che l’hanno beccato mentre trafugava dvd della Wii! Che figura!» continua ridacchiando e ritirando una scheda completa di bollini.
«I dvd della Wii? Ma… che se ne faceva?»
«Eh… li regalava alla sua amante. Una tipa con un sacco di figli che abita dalle tue parti…», si intromette una collega più anziana consegnando al cliente della scheda un tris di padelle antiaderenti, «Sembra se la spassassero in ascensore… cose dell’altro mondo!»

Copyright Monica Coppola
Immagine Maria Teresa di Mise

venerdì 27 gennaio 2017

Fidanzati a tutti i costi e fidanzatini a spasso (da soli…) di #PsicoGaia


“Se stiamo insieme ci sarà un perché e vorrei riscoprilo stasera…” celebrava Cocciante. 
Riscoprirlo come e con chi aggiungerei, ma a questo sollecito di domande vi sarà data risposta durante questa seduta comoda e spassosa, con l’ausilio di Freud&co. Non serve sprecare momenti preziosi in sterili litigi? E quali sarebbero gli sterili litigi? C’è un top parade che non conosco di motivi validi per discutere? Ovviamente sì e la mia è una delle tante provocazioni per invitare a riflettere, stavolta con tanti sorrisi. Ci sono eccome, ma a quale coppia non è mai capitato e capita di discutere del “niente”. Se ci fossero solo motivi importanti e validi, ci sarebbe lo sterminio della “coppia”. Quindi caro Riccardino, che tra l’altro ti adoro follemente, questa è, invece, l’unica via percorribile per noi. Arrendiamoci pertanto, senza alcun “désolé” e partiamo, perché no, da ciò che divide per comprendere cosa davvero unisce due persone perché in fondo la coppia è quella malattia di cui essa stessa può essere la cura.
Chi sono i fidanzati di oggi? Fidanzati per finta (che lo vorrebbero essere) che si auto fidanzano e fidanzati dichiarati, con tanto di giuramento solenne, che sembrano, anzi sono dei fake.
Adesso sono qui per dare a loro una bella spettinata, agli innamorati chic to chic, che disegnano cuori, annunciando con voce baritonale “sono fidanzato… Io e lei forever”, con tanto di lucchetto (peccato che hanno sempre pronta la chiave per aprirlo. Dovesse servire all’evenienza). E che male c’è alla fine? Siamo solo fidanzati. Non è mica la fine del mondo. Mi sembra di sentirli… Anzi li ho proprio sentiti e scoperchiati, giusto il tempo del quasi mi innamoro.
A voi fidanzatini che mi avete rincorso con l’asma per tutte le strade, che avete causato catastrofi naturali e avete attentato alla mia vita, mi rivolgo (e non solo). Perché vi fidanzate (a tutti i costi)?
Sembra che oggi ci si fidanzi, perché si è convinti che il fidanzamento sia come il più semplice e naturale dei passatempi: una sorta di yo-yo. Ci si dimentica, invece, che la relazione di coppia, è come il più complicato dei puzzle. Il non riuscire, di fatto, alla realizzazione del puzzle, alla lunga determina nei fidanzati dolore e delusione nonché insonnia, ansia, colite spastica, e, in alcuni casi, meteorismo a giorni alterni; inspirate come l’ho fatto io quando ho scoperto, dopo aver dormito beatamente nel vostro letto, che stavate con un’altra da anni. Omissione grave e per questo non ho pietà per voi, qui non c’entra il tradimento. Tutt’altra storia. Qui si parla di voler stare assieme a tutti costi con una persona e, nel frattempo, gironzolare intortando  anche la più scaltra delle femmine. Perché vero è che noi donne non sbagliamo mai, con i sentori e fetori, tranne quando ci innamoriamo diventiamo delle analfabete e prive di olfatto.
Ricordo ancora quel fidanzato, riconosciuto e dichiarato sempre troppo tardi, che si era messo le lacrime artificiali per farsi un bel piantino dicendomi “sei la donna che ho sempre voluto, non ti voglio perdere, sei indispensabile per me”… “L’importante per me è la tua felicità, lo sai”. Che il coccodrillo, assieme ai tuoi goccioloni ti divori! Nel frattempo vado a pensare a me stessa, e non alla tua tomba. Sono stronza forse? Probabile e in questo caso non me ne vergogno. Perché siete fidanzati? O meglio perché avete a tutti i costi intenzione di fidanzarvi? Ve l’ha consigliato il dottore? Temete che, se non foste fidanzati con qualcuno, ciò significherebbe che non avete sex appeal o non siete al passo con i tempi? Rispondete, una volta per tutte, a queste e a tutte le altre domande clou sul vostro rapporto. Lasciate da parte i pistolotti alla Telecom-Amleto (mi ami? E quanto mi ami… La solita nenia che non ha età e capelli brizzolati). E che cavolo! Andiamo al nocciolo della questione. Chiedetevi e chiediamoci “questo partner è giusto per me? Sto bene con lui per quello che è, per quello che rappresenta (l’idea dell’amore), e forse anche per quello che ha: bellezza, status, potere, soldi, un’irresistibile carica erotica da Topo Gigio.
Lo amate perché, fra voi, c’è veramente del feeling o perché l’idea di rimanere soli, come un microbo in mezzo agli antibiotici, vi fa mancare l’aria? Siate, siamo onesti.
Dite tutto ciò di cui avete bisogno e che il partner non vi dà o non sa del tipo calare di 40 e passa chili, tagliarsi i peli delle orecchie e del naso, stare più attendo all’alito, soddisfarvi sessualmente più di una volta al mese, ascoltarvi senza i tappi alle orecchie, decidersi di non vivere più sotto ai ponti ma con voi, non fare più gli sbuffetti mentre fate l’amore, limarsi ogni tanto l’unghia dell’alluce onde evitare squarci notturni (i piedi degli uomini possono essere delle armi contundenti), eliminare dal vocabolario la parola “frequentarsi”, essere più intellettuale e smetterla di parlare come degli scaricatori di porto.





Dite, insomma, tutto ciò che avreste sempre voluto dire senza aver paura di apparire grossolani o meschini (tanto se lo siete, lo siete). Se non rispondete alle domande con onestà e franchezza i casi sono due: o la vostra unione è un grande bluff o il vostro partner sta tentando di strangolarvi (benissimo, finalmente si sta mostrando per quello che è). Mi rendo conto, dopo tutto questo discorso che la gente sembra veramente vivere su un altro pianeta. Instaura rapporti commedianti, basati su concetti fantastici e aspettative da soap opera circa la consistenza del partner, le sue motivazioni, il suo modo di vestire, la sua capacità di dispensare baci “col frullo” e via dicendo. Perciò mescolando, realtà e fantasia, ci fidanziamo con Rintintin, convinti che sia un Principe ben addobbato, o ci innamoriamo di un Peter coniglio o Peter Pan, certi che esso sia una Cenerentola.
Se continuiamo a idealizzare i legami, tra l’altro in maniera confusa, non arriveremo più a dire che il nostro partner è cambiato o non è più quello di una volta, ma dovremo ammettere di non averlo mai visto per quello che era (nemmeno dal punto di vista favolistico).
Fidanzarsi è come firmare una polizza assicurativa. Tutto sembra a nostro vantaggio, ma sicuramente, si finisce sempre col sottoscrivere pure qualche clausola vessatoria ben nascosta.
Bisogna essere mezzofondisti dell’amore per resistere ai logoramenti della vita a due. 

Gaia Parenti
Potete scrivermi a psicogaia18@yahoo.com
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