mercoledì 31 maggio 2017

Arriva in libreria il "Manuale di prevenzione amorosa per donne single" di Gaia Parenti

Che siate in cerca di un fidanzato o felicemente in coppia poco importa. Per capire meglio "di che pasta è fatto" il Gentiluomo che bazzica al vostro fianco o che vi piacerebbe molto lo facesse,
arriva in libreria il "Manuale di prevenzione amorosa per donne single" di Gaia Parenti. Leggerlo non ha nessuna controindicazione a meno che non siate inciampate in qualche "furbetto" che di azzurro, forse,  ha solo le scarpe. Tipo quelli descritti qui sotto...
In bocca al lupo a Gaia per questo debutto. E occhi aperti sulle avvertenze di PsicoGaia :)


Edizioni Ultra

In tutte le librerie dal primo giugno
“Manuale di prevenzione amorosa per donne single”
di Gaia Parenti
  
Eccolo qui, il manuale salvavita definitivo per donne single (e principesse “prendimi e portami via”) che vogliono sopravvivere in una realtà maschile decisamente caotica. Sono tante le tipologie sotto le quali gli uomini cercano di nascondersi pur di fuggire a loro stessi e a una relazione amorosa: l’uomo non ancora pronto, il seduttore indeciso, il gaudente al secondo giro di boa… Basta focalizzare il bugiardo in questione, con il suo principio attivo, gli effetti collaterali e la modalità di assunzione e poi seguire le relative avvertenze, utili per godersi nel modo più appropriato (se proprio lo si desidera) queste relazioni, ma soprattutto per evitare di rimanere intrappolate in storie che non vanno, e mai andranno, nella direzione dell’amore. Gaia Parenti, psicologa in prima linea nel pronto soccorso del web, ci offre un godibilissimo bugiardino da bag che sbugiarda in modo sano anche le donne, i loro pensieri e i comportamenti fallimentari che ripetono cronicamente all’inizio di una relazione. Una presa di consapevolezza ironica e concreta che può essere assunta, proprio come un farmaco, al momento del bisogno.


Gaia Parenti
Nata nel 1976 a Firenze, si ritiene una sopravvissuta dell’amore e si diverte a esercitare la scoperta dell’universo maschile e femminile in tutte le sue sfaccettature. È cresciuta con la sua rubrica PsicoGaia nel Diario di Adamo di «Vanity Fair», portale al quale offre anche i suoi esperti consigli nella sezione “Benessere”. Ha collaborato con diverse riviste femminili, fra le quali «F» e «Donna Moderna». Il Manuale di sopravvivenza amorosa per donne single è il suo primo libro.





venerdì 19 maggio 2017

Ecco a voi...Massimino Dé Gorgus!


Questa volta sul blog arriva un ospite speciale Massimino Dé Gorgus, che forse avrete già avuto il piacere di leggere sul Diario di Adamo di Vanity Fair.
Chi si nasconde dietro questo pseudonimo?
Ecco alcune opzioni:
1) Un professore di spagnolo con la passione per i monologhi umoristici e un debole per le rotelline di liquirizia;
2) Il cugino di sesto grado di Andrew Crofts; 
3) Uno stimato professionista che di giorno rimbalza da regione a regione ma, al calar delle tenebre, si diletta con penna e calamaio;
4) Elena Ferrante.

Io sono stata fortunata perché ho avuto il piacere di incontrarlo.
E, con la mia faccia tosta, gli ho chiesto se aveva voglia di scrivere qualcosa qui.
Lui, sprezzante del pericolo e del rosa, ha accettato.
E siccome è un galantuomo ha aperto la portiera della sua macchina (usata ma tenuta bene) e ci ha fatto entrare...
IL PRIMO MOTORE MOBILE
di Massimino Dé Gorgus





Ebbene sì, ho comprato l'auto nuova. In realtà usata, ma tenuta bene. Anche perché la mia fidanzata insisteva. D'altra parte è giusto venire incontro alle esigenze della propria donna. Sennò, quando usciamo la sera, dove potrebbe buttare i kleenex dopo essersi soffiata il naso, e i chewing-gum masticati, strizzati nella stagnola e col prolasso?
Perché non dimenticatelo: un calzino inopinatamente dimenticato per terra in bagno è il sacrilegio massimo, l'affronto indelebile che potete fare alla donna con cui convivete.
L'automobile invece è la dimostrazione che esiste un mondo parallelo, fatto di antimateria. Quella che lei deposita senza sensi di colpa nell’abitacolo.
E allora, alle tue flebili proteste dopo aver trovato la cartaccia d’un Mon Chéri trasudante cioccolato nel cruscotto, fra la Carta di Circolazione e i documenti dell'assicurazione, ti sentirai rispondere che sei un fissato. Che vuoi più bene all'auto che a lei, che gli oggetti non devono diventare status symbol. Mentre ti intima di prenderle la borsa Gucci sul retro, perché lei si sta allacciando le scarpe Manolo Blahnik e non ci può arrivare.
Che poi a me dell'auto non è mai interessato un granché. E non lo dico per fare l'intellettuale da strapazzo, di quelli che amano uscire con "Avere o essere?" di Fromm sotto il braccio. E poi se lo slogano, il braccio, per farsi il selfie tutti emozionati quando scorgono in centro una Ferrari. Di solito parcheggiata rigorosamente in divieto di sosta.
No, io le auto non le conosco davvero. Soprattutto i modelli.
All'esame di scuola guida il mio problema più grande fu quando l'ingegnere della motorizzazione mi intimò: "Accosti dietro al 105".  Mi avesse detto almeno il colore!
Avrei evitato nella strada a senso unico l'inversione per cercare i numeri dispari. E l'inspiegabile bocciatura.
Ma quando finalmente ho avuto il pezzo di carta, la mia vita è cambiata totalmente. E non sto parlando della laurea, ma della patente. L'unico attestato che in Italia ti permette di fare un po' di strada.
E che ti fa entrare nel mondo adulto, quello fatto di competizione vera e assenza di pietà.
Perché da bambino ti insegnano che devi aiutare ad attraversare la signora anziana che cammina piano. Da grande e patentato ti ingiungono che se non le sbraiti contro, alla vecchia che guida piano, sei un mezz'uomo. Sfigato, e pure impotente.
A maggior ragione se non accetti anche tu di scatenare l'inferno nell'arena gladiatoria della zona semaforo, in città come Milano. Dove ormai vige la clacsonata preventiva, quella di chi suona ora col rosso perché il verde si accenderà poi. E inveisce contro quelli davanti nella fila, colpevoli di non essere ancora scattati in falsa partenza.
Ma in fondo nelle metropoli puoi sempre evitare di prendere l'auto e affidarti ai mezzi pubblici. Che ti permettono, anche nella frenesia della giornata lavorativa, di ritagliarti del tempo per riflettere. E apprezzare ancora una volta l’immortale saggezza di Eraclito l’Oscuro e il suo apodittico “panta rei”, tutto scorre. Tutto, tranne evidentemente l’autobus dell’ATAC che stai aspettando da un paio d'ore, sotto la pioggia, a Roma.
Devo ammettere invece che i viaggi lunghi in auto, quelli verso città lontane, hanno ancora un loro fascino, un’aura d’avventura.
Lì, in autostrada, l’esistenza ti rende partecipe dei più archetipici stadi sul cammino della vita: le epopee del nomadismo, le transumanze rituali, i viaggi iniziatici. E la sosta pipì all'Autogrill.
Che è l’unico aspetto del tragitto che in realtà ti dà appagamento. Perché appena accosti, già pregusti la soddisfazione di sapere che tu potrai entrare trotterellando nel bagno per gli uomini. Mentre la tua fidanzata, con gli occhi imploranti che ti guardano allontanarti, si accoda all’ultimo posto nella fila delle donne: un serpentone tipo Centro Commerciale di Tokyo all’uscita del nuovo modello di iPhone.
Così poi in bagno davanti all’opera di Duchamp, mentre stai facendo affogare il dischetto di canfora, hai la conferma che qualche prerogativa nell'essere nato maschio ce l'hai ancora. E forse almeno questa non cambierà mai.
Dopo ti lavi le mani, di solito solo se già c'è stato qualche scambio d'occhiata coi presenti, e ti asciughi. Ma qualcuno li ha mai sperimentati davvero i phon per le mani? Perché diciamocelo, quell'arietta tiepida zufolata non ha mai asciugato nessuno. Di sicuro non le mani pelose come le mie, che le ho tipo la Bestia di Disney. E alla fine mi tocca sempre strusciare i dorsi umidi sui pantaloni e fare la figura dell'incontinente.
Ma adesso, con gli sviluppi galoppanti della tecnica, hanno inventato i nuovi asciugatori, quelli a fessura, tipo bocca della verità. Che, mentre ci infili le mani, ti chiedi sempre se ne usciranno fuori. E che quando si attiva il flusso d’aria, ti viene da pensare: “Ma qua dentro, tutte ’ste gocce nebulizzate coi batteri degli altri ora finiscono sulle mie dita?”.
Ma non c’è tempo per riflettere: appena esci dal bagno, individui lei che adesso sta aspettando al terzultimo posto della fila. E le dici: “Cara, ti prendo un kleenex dalla borsa”. E invece le freghi il portafoglio. Così non potrà comprare tutte quelle schifezze, tipo chewing-gum e Mon Chéri.
Che sennò se li mangia mentre guidi. E poi ti fa trovare tutte le cartacce trasudanti cioccolato nell'abitacolo della tua automobile appena comprata nuova. In realtà usata, ma tenuta bene.

copyright Massimino Dé Gorgus

Vi è piaciuto questo viaggio sulla macchina del Dé Gorgus?
Le mie ansie da parcheggio, le clacsonate al giallo e compagnia bella, ve le avevo già raccontate qui.
Ora la parola a voi, cari lettori.
Volete fare una class action a difesa delle vecchiette sulle strisce pedonali e non? Avete un'idea per brevettare una choco-car-bag adatta all'incarto dei Mon Chéri?
Massimino ed io aspettiamo manie e confessioni di patiti d'auto (e non) cinguettando a @MDeGorgus e @violavertigini.
Raccontateci in che modo appallottolate i kleenex e se, anche voi, soffrite di ipocondria da asciugamani a fessura.
Noi, intanto, pensiamo a come organizzare il prossimo viaggio in blog ;)








martedì 2 maggio 2017

Tempo di Libri e ...di fantasmi!





Cronaca Semi-seria di due "sabaude" in trasferta a Rho-Fiera
di Monica Coppola e Miranda Martino
Vi è mai capitato di sognare un ambiente e poi di descriverlo più o meno così: “ho sognato che ero al Salone del Libro” ma non era proprio uguale...
Da torinesi in trasferta questo paragone è inevitabile perché frequentiamo il Salone da quando è nato. È cresciuto a Torino e noi siamo cresciute con lui. A nulla sono valsi i tentativi di rinominarlo “fiera”. Per i torinesi  è il Salone.  Quest’anno però gli è nato un fratello, Tempo di libri, residente a Milano-Rho. Questa fiera ha visto la luce tra numerose polemiche. Noi ci siamo state sabato 22 aprile e vi raccontiamo cosa ci è piaciuto.
La Fiera all'apparenza sembra identica a quella del capoluogo torinese ma con la variante della moltiplicazione per eccesso.  Gli spazi sono immensi, tanto che si fa fatica ad orientarsi. 
A cominciare dal parcheggio in cui vaghiamo una buona mezz'ora prima di trovare l'entrata.
Le sale delle conferenze che Lingotto contrassegna con i colori qui hanno i caratteri tipografici.
Spiccano i grandi brand, che la manifestazione hanno fortemente voluto, ed abbiamo abbiamo l'impressione di passeggiare nella libreria di un centro commerciale, ma amplificata all'ennesima potenza.
Ma, facendo uno slalom attento tra gli stand dei Colossi, qualche chicca da gustare c'è: come i  Cofaletti, packaging letterari che contengono libri d'autore ispirati a prodotti di massa (dalla pasta al detersivo) l'area relax con materassone, bagni senza code, bar e spazi snack a distesa spazi bimbi a go-go, e padiglioni di show cooking che si alternano agli stand stimolando l'appetito di pancia, forse ancora più che quello intellettuale. Ha un che di familiare sfogliare un libro ed essere avvolti dal profumo di soffritto: noi , da vere donne multitasking, spesso leggiamo davanti ai fornelli.
Il programma di incontri è molto fitto e di tutto rispetto: piatto ricco mi ci ficco, tanto che è difficile scegliere.
Il lato positivo è che puoi vedere i tuoi idoli, in carne e inchiostro, senza le code sfiancanti che spesso demotivano al Salone del Libro. Qui la ressa non c'è. Forse per gli spazi ampi  o forse perché l'affluenza è nettamente minore ma non approfondiamo.
Noi scegliamo l’incontro con Vanna Vinci, presentata da Chiara Valerio, curatrice del programma di TDL . l’occasione è il romanzo illustrato Aida al confine. Scritto e disegnato da Vanna Vinci, la sua prima uscita per Kappa Edizioni  è del 2003 (traduzione franco-belga, Aida à la croisée des chemins, ed. Dargaud, 2008) e nel 2017 torna, arricchito di contenuti inediti, per Bao Publishing. Questo libro si porta egregiamente i suoi 14 anni. Se siamo qui a parlarne, in un mondo editoriale dove i romanzi hanno scadenze più brevi dello yogurt senza conservanti, significa che possiamo considerarlo letteratura resistente.
Da qualche anno in Italia les bande desinées sono considerate con la dignità culturale che meritano. E merita Aida al confine, ambientato a Trieste in una città che appare sospesa. Qui Aida incontrerà i fantasmi dei suoi nonni, che la condurranno attraverso un viaggio nel tempo e nello spazio, dalla Grande Guerra ad oggi. I morti compaiono quando hanno ancora delle faccende da risolvere e per farlo hanno bisogno dei vivi.  Da questa riflessione si diramano citazioni e racconti, come la  Trieste de “Lo stadio di Wimbledon” di Daniele Del Giudice, i rimandi cinematografici (Il sesto senso, The Others) a cui fanno eco  innesti di addetti ai lavori presenti e subito coinvolti da Chiara Valerio: Enrico Terrinoni, traduttore  di “Ulisse” di Joyce (Newton Compton, 2012) e Marcello Fois, autore di noir, che racconta di come con i defunti si possa intrattenere una comunicazione declinata al presente: dei morti non si parla al passato perché sono sempre con noi. Si parla di fantasmi e di ossessioni, letterarie e personali.
Fois ad esempio ci racconta del dialogo immaginario (ma lo sarà stato davvero immaginario poi?) di sua zia con Santa Rita. Dialogo che, quando andava in tilt, procurava un immediato rovesciamento a testa in giù sul comodino del quadretto della santa.
La presentazione ci incolla alla sedia, dall'inizio alla fine, animata dell'eloquio ritmico e coinvolgente di Chiara Valerio come quello di Vanna Vinci.
Passiamo dai fantasmi di carta a quelli personali cullata da una dialettica impeccabile, una grammatica italiana che suona come melodia, da Dracula ai Peanuts, il tutto provando una segreta invidia per la pin con simbolo apotropaico che Vanna Vinci ci mostra orgogliosa sotto la giacca in total black.
Sono le 12.30, fuori impazzano gli showcooking ma dentro la sala Futura l’atmosfera è divertita e sospesa. I posti in prima fila sono vuoti, ma sarà davvero così? Sono forse riservati ai fantasmi? Perché è chiaro che nella sala ci sono presenti e presenze.
L'incontro, da solo, vale interamente il biglietto della fiera (ndr pagato a prezzo pieno perché gli autori non risultano nell'elenco degli accreditati. L'unico modo per avere lo sconto di cinque euro era andare poi allo sportello con i propri testi, stile piazzista a dire qualcosa del tipo "Lei non sa chi sono io" Ma preferiamo di no, ed optiamo per il biglietto on line, a tariffa piena).
Uscite da lì, per non seguire la tentazione di tuffarci dentro uno showcooking , scegliamo di seguire Marcello Fois che al Caffè Garamond passando per il suo  Quasi Grazia di Einaudi ci presenta due nuovi scrittori Italiani Giuliano Tabacco (La Grande Mappa di Transeuropa) e Ida Amlesù (Perdutamente di Nottetempo). Usciamo con un desiderio di iscriverci ad almeno tre corsi di lingua a testa visto che la Amlesù, classe 1990, parla e legge in ben sette lingue diverse.
Finisce che compriamo un tramezzino, ci incantiamo allo stand di Asmodee che non pubblica libri ma giochi innovativi e originali come Dixit, gioco di carte con la narrazione al centro.
Miranda lo ha già io non ancora e allora per essere originale ne compro uno che stimola cervello, riflessi e memoria.
La sera al rientro mia figlia Chiara, classe 2007, mi straccia dieci a uno.
Per vendicarmi chiudo la scatola del gioco e inizio a raccontarle una storia di fantasmi...


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