lunedì 24 aprile 2017

Quasi quasi divento felice di Gaia Parenti #pscicogaia





C'è una domanda tra le pagine di Viola, vertigini e vaniglia che viene posta in tre momenti diversi della narrazione. E' una domanda a cui è difficile rispondere: Sei felice ?
Viola sceglie di arrabattarsi a modo suo.
Io, quando me lo chiedono, non so mai bene come rispondere.
Oscillo tra il desiderio di annuire, sfiorando casualmente il cornetto apotropaico tuffato nella borsa, o dissentire acciuffando un kleenex appallottolato per soffiarci dentro malumori e desideri al contrario.
Così ho voluto rilanciare il quesito alla mia psico-amica Gaia, che ha tutti i "ferri del mestiere" per scavare più a fondo e vedere che cosa viene fuori.
Ed ecco qui le sue riflessioni al profumo di benessere e violetta di Parma.
p.s E voi, lettori, siete felici? :)
Quasi quasi divento felice
di Gaia Parenti
In questo momento sono felice, per rispondere alla domanda che qualcuno di voi sicuramente starà digrignando a denti stretti, dopo aver letto il trafiletto scettico.
Perché sei felice?
Perché penso alle tre V – Viola, Vertigini e Vaniglia – e cerco di immaginare ad occhi chiusi, l’aspetto, il contatto, il profumo ed il gusto, con queste tre entità, e mi concentro solo ed esclusivamente su questo. Non penso più la bolletta che dovrò pagare domani, o alla fila che troverò fra un’ora in autostrada. A cosa mi servirebbe? A rovinarmi questo momento di autentica felicità mentre scrivo. Sto praticando decisamente un esercizio di mindfullness (pratica per superare i momenti di stress e gioire dei momenti quotidiani che sembrano inaspettati), e questo mi riempie di gioia, così come  Viola si diverte quando immagina storie su improbabili tacchini, nonostante il suo sogno sia un altro, ma non quello di essere “altro da sé”.  
Viola pratica esercizi di consapevolezza, anche se non lo sa 😊 .
E’ sempre distrattamente presente, senza mai perdere di vista l’obiettivo, anche se non ne fa la sua ossessione . Questa è  la felicità. Vivere esclusivamente il momento presente, portando la nostra attenzione e consapevolezza al “qui ed ora”. Chiedetevi questo: è funzionale vivere quello che potrebbe o che non potrebbe accaderci fra due ore? No. Non vi farebbe gustare questa lettura, oppure un’altra.  La felicità è una scelta, non troppo facile per i nostalgici dell’infelicità. E’ una terapia da ricercare, momento dopo momento. Si pensa di non averla eppure ce l’abbiamo tutti, e non costa che uno barattolo di concentrazione e allenamento. 
A me interessa la felicità, quando accade, e quando questo succede, viviamola e inganniamo l’infelicità sorniona.
A me interessa l’attimo di felicità di Viola che riesce a camminare per più di 5 minuti su un tacco 12, avendo superato un suo limite, non solo fisico, ma mentale. A me interessano Emma e Viola quando si parlano, si confidano e si “ascoltano”. Si comprendono, non fanno finta di sapere di cosa stanno parlando, perché sono presenti; partecipanti attive e divertenti della loro funambolesca amicizia.
Mi interessa sorridere perché tornando la sera a casa, nel frigorifero trovo due pomodori anziché uno (eppure ero convinta).
La felicità dunque, quando capita, e capita, facciamoci caso.
Prima parlavo di “ingannare l’infelicità” (possiamo anche tradirla in questo caso), perché mi veniva in mente lo stratagemma cinese che dice “attraversare il mare per ingannare il cielo”. Ciò che è familiare non desta la nostra attenzione e quindi, la nostra felicità. Ciò che si trova abitualmente sotto il nostro naso, non attira il nostro interesse, la nostra curiosità. E qui si cade in errore.
Ma vi svelo un rimedio veloce: mostriamo all’infelicità la nostra felicità soprattutto alla luce del sole. Abbozziamo un sorriso, assumiamo un portamento dignitoso anche davanti alle catastrofi quotidiane, alziamo gli occhi e respiriamo il profumo degli alberi di pesco e ciliegio, abbracciamo la nostra migliore amica, accarezziamo il gatto, assaporiamo la nostra miscela di caffè preferita, tocchiamo una saponetta profumata e percepiamone la forma, curiamo le nostre unghie, coccoliamoci con una tisana calda addolcita con il miele, danziamo con l'olfatto sulle note di una candela al profumo di vaniglia. La nostra infelicità non è abituata a lenire i cinque sensi. Non sa prendersi cura del nostro benessere. Proviamo noi al posto suo.
P.s. Per i più distratti c’è il piano B. Carta, penna e tanta volontà. Annotarsi il giorno, il motivo e la durata del momento felice. Vi accorgerete, che ci sono tanti, ma tanti piccoli e insostituibili momenti di felicità, durante la vostra settimana, che hanno un retrogusto dolcissimo, ma solo se vi ponete un’attenzione consapevole.  Il principio base è coerenza con sé stessi, accettazione delle realtà presente, superare e godere, con piccoli trucchi e oggetti (vedi sopra), il momento “qui e ora”, che può comportare angoscia momentanea.

Abbracciamo la felicità, quando arriva e mordiamola; Delicatamente ma con determinazione, come fanno le viole.


lunedì 17 aprile 2017

Danni permanenti ( e il gradito ritorno di Miranda Martino)

Eccoci qui a parlare di nuovo di capelli.
E a cedere la penna a chi dell'argomento se ne intende ovvero Miranda Martino che, dopo il post sui Solitari, torna ad impreziosire questo blog. 
Lettori e lettrici, togliete le mani dai capelli, mettetevi comodi e gustatevi "Danni Permanenti".
Dopo, se vi va, potete dirci che tipo siete voi.
Io, ad esempio, sono Altalena per definizione: guai a cambiare un solo capello dell'amatissimo e fedelissimo carré.
Pena: pentimento e rimpianto perpetuo.
Miranda, invece, è una Hellopatica. Cosa significa? Bè, lasciamolo raccontare a lei...




Testo di Miranda Martino
Foto di Alessandro Cortazzi

Primavera, periodo di rinnovamento: le foglie sui rami sono di un verde nuovo, inedito, il verde della vita emergente. I fiori entusiasti fanno bisboccio. Tutto riparte, usciamo da un periodo di letargia mentale, non potendo fruire di quella biologica. E in tutta questa prorompente rinascita io vorrei parlare di ricrescita. “Quella” ricrescita. La sottile linea bianca che corre sulla sommità del capo delle quaranteenager. La linea di mezzeria  della testa, il crinale che separa “giovane” da “giovanile”. La ricrescita manda fuori di testa anche le più equilibrate, che corrono ai ripari cospargendosi il capo di una pastella colorata. Tempo di posa variabile, risciacquo et voilà, come nuove.  La tinta è il rimedio inevitabile per una situazione che, ahimè, non si può controllare. Poi però si apre il mondo del taglio di capelli. Gli uomini: i capelli si tagliano quando sono troppo lunghi, i capelli si rasano quando iniziano a cadere. La donna: si relaziona alla sua chioma con intenti terapeutici. Ecco le tipologie di pazienti e il tipo di cura a cui si affidano.
L’omeopatica: tratta il male con lo stesso principio, la cura è a rilascio graduale, lenta ma inesorabile. Costei sceglie la permanente, che abbina fini estetici e culturali: durante i lunghi tempi di posa si può leggere La Recherche di Proust.
L’allopatica: la cura ha effetto immediato. Predilige l’aspirina dei cambi di look, il taglio netto, passando da Rapunzel a Soldato Jane in un battito di ciglia.
La fitoterapica:  “naturale” è il suo vessillo. Non colora mai i capelli. Molto di moda, tanto che ha alimentato una deriva tale per cui le ventenni si tingono i capelli di grigio.
Queste sono tre delle infinite sfumature sulla nuca che il mondo tricologico ci suggerisce.  Eccone altre.
L’altalena: a dispetto del nome giocoso oscilla in balia dell’indecisione. Si rivolge al coiffeur chiedendo un consiglio ma poi non si fida, si fa accompagnare da un’amica che però ascolta solo un po’. Accetta solo microscopici cambiamenti  nella lunghezza o nella forma di un taglio.
La recalcitrante: i capelli di questa donna vanno maneggiati con cura. Si reca dal parrucchiere quando, a furia di tagliarsi la frangia da sola, assomiglia a Jim Carrey in Scemo e più scemo oppure quando ha delle doppie punte grandi come rami di mangrovia. Entra nel salone e si nasconde dietro una poltroncina. Il consiglio per gli operatori del settore è: lasciatela fare, piano piano si abituerà all’odore di lacca e verrà fuori. Con gesti cauti fatele indossare la mantellina. Non proponete nulla! Riparate i danni evidenti e congedatela in fretta.
Poi ci sono le hellopatiche: io faccio parte di questa categoria, quelle che hanno salutato i capelli ormai da tempo. Non ce li ho.  Se voglio la frangetta devo tracciarla con il pennarello indelebile. C’è stato un tempo in cui avevo i capelli lunghi. C’è stato un tempo in cui ho addirittura fatto uno stage presso la redazione di una rivista specializzata per hair stilyst. Avevo il compito di descrivere i tagli in maniera originale. Allora non ero la mente eletta che avete di fronte adesso (oggi ho decisamente la fronte più alta). Allora ero un giovane e fresco virgulto della scrittura e ho prodotto cose di cui  non vado fiera. Vi confesso  solo un titolo, mettete un golfino perché vi verrà freddo: “Jungla metropolitana”. E giù tutto un discorrere intorno a un frisée scompigliato, una cotonatura selvaggia, dei colpi di sole estremi.  Ma questo succedeva almeno venti anni fa. E il gergo tricologico era molto diverso. Ancora si parlava di ciuffo, di tagli scalati, sfilati, con qualche deroga al francesismo con i carrè e le mèches. Ma qualcosa stava cambiando. L’ho capito il giorno che, in redazione ospitammo un hair stilyst. Ci portò in dono una sua invenzione: si trattava di rasoi montati su unghie posticce per fare i tagli sfilati. Questo emulo di Edward mani di forbice sì esibì in una performance indimenticabile, spennando come una gallina la modella che gli capitò tra gli artigli. Era l’inizio della fine. Solo oggi realizzo cosa è davvero successo . Dove sono i vecchi e rassicuranti bigodini? E tagli dai nomi normali?  Oggi bob, lob e wob stanno al caschetto come Qui, Quo e Qua stanno a Paperino. Bang! Non è un’espressione onomatopeica ma è la frangia. Il bun c’entra niente con il dialetto piemontese, è lo chignon. Pixie non indica una bassa risoluzione ma il taglio alla maschietto. E balayage, e shatush, e non trascuriamo il brushing né il camouflage.  Mi sono persa, certo sono fuori dal giro. Però delle sedute dal parrucchiere ricordo: il massaggio delle mani sulla testa durante lo shampoo, la spazzola morbida sulla nuca per togliere i capelli tagliati e lo specchio retrovisore, con cui il parrucchiere mi mostrava il taglio posteriore. E poi: il giorno in cui avevo l’appuntamento con il parrucchiere i capelli mi stavano benissimo, come per dispetto. Ma io vi ho amati, capelli caduti e accaduti. Continuerò ad aspettare il vostro ritorno. Forforever.

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