martedì 1 aprile 2014

Lo strano caso del Dottor T.

Da qualche giorno le cose mi quadravano meno del solito.
Starnutivo ripetutamente ed avevo sempre sonno.
In più, tanto per gradire, mi erano comparse due macchioline rosse sul collo che mi facevano sembrare un appetibile dessert per giovani licantropi.
Così la Dottoressa C., il medico curante che segue le mie varie tribolazioni sanitarie, mi ha spedita dritta dritta dall’esimio Dottor T., allergologo di sua fiducia.
Calvo e mingherlino, occhietti penetranti e un camice che quasi sembrava danzare intorno alla sua esile figura, il Dottor T. mi ha osservata grattandosi il mento ossuto.
"E' solita ad usare gioielli in acciaio, nichel o..."  mi ha domandato indirizzando un'occhiataccia ai miei orecchini "plastica e altre diavolerie simili?"
Istintivamente la mia mano è corsa a coprire le lunghe margherite made in china che penzolavano allegre dal mio lobo sinistro.
 “Bè sì ma solo ogni tanto…” ho ammesso con l'aria imbarazzata di chi si sente già colpevole anche se non sa bene per cosa.
"Uhmm… lo sospettavo" ha mugugnato lui  maneggiando alcune provette "E fuma, beve o fa uso di sostanze particolari?"
“Macchè!” ho scosso subito la testa con decisione " Guardi io non reggo nemmeno un sorso di Heineken!"
“Uhmm … sospettavo anche questo” ha aggiunto osservandomi  con commiserazione.
Poi ha inzuppato un batuffolo in una tazza d’alcol e mi ha cosparso l’avambraccio con minuscole gocce, mentre la sua penna, lunga ed affilata, scarabocchiava incomprensibili simboli.
A quel punto i sospetti sono venuti a me…
I suoi occhietti da pipistrello hanno iniziato quasi a roteare mentre dalle sue labbra sottili si diffondevano vocaboli sconosciuti “Cladosporium herbarum…mucor mucedo…alternaria tenuis…pennicillum notatum.”
Mi sentivo la protagonista di un rito esoterico e temevo che il suo camice iniziasse a volteggiare come uno spettro, circondato da pozioni che si libravano in volo, sogghignanti.
Il Dottor T. ora aveva cominciato a punzecchiarmi con una lamella minuscola, saltellando da un braccio all'altro.
Quando stavo già per temere il peggio lui ha detto qualcosa tipo “Epitelio di cane” ed  io ho sentito rinascere in me la speranza.
Anche se un cane non ce l’avevo ho colto la palla al balzo per cercare di placare quella sua bizzarra smania “Emh…serve un cane? Vado a cercarne uno?” ho ribattuto tentando di riprendermi le braccia.
Lui però mi ha ignorata completamente.
Animato da una frenesia ancora maggiore ha proseguito baldanzoso la sua cantilena
“Epitelio di coniglio, epitelio di cavia, robinia, frassino, sambuco, assenzio selvatico, dente di leone, paleo odoroso, bambagina, crisantemo...”
Al suono dell’ultimo sostantivo floreale ho pensato che ormai non c’era davvero più nulla da fare: la mia esistenza si sarebbe conclusa lì, con le braccia ridotte a colabrodo, alla mercé di uno sciamano che probabilmente svolgeva la professione di allergologo solo per copertura.
Ho chiuso gli occhi e mentre un alone nostalgico avvolgeva i pensieri di tutte le cose che non avevo fatto e che tanto avrei voluto fare,  mi è venuto in mente che forse quel mio strano trapasso poteva assicurare fama e pubblicazione al mio romanzo inedito.
Stavo già per valutare la cosa quando ho avvertito le dita minuscole del Dottor T. arrampicarsi come ragni sulla mia spalla.
“Signora? Signora? Abbiamo terminato. Può andare.”
Io mi sono stropicciata gli occhi  come se mi risvegliassi da un incubo ed ho osservato le mie braccia a pois, tutte pigmentate d’inchiostro.
“E allora? A cosa sono allergica?”
Lui ha guardato l’orologio che già segnava le diciotto e trenta, ha sbuffato e poi ha aggiunto laconico “A niente.”
“Come sarebbe che non sono allergica a niente? E le macchie? Gli starnuti?” e anche i miei centocinquanta euro e tutti i suoi intrugli vari volevo aggiungere, ma poi sono stata zitta.
Lui ha arraffato una serie di moduli e spazientito li ha spinti sotto al mio naso “Lo vede? Lo vede? Le ho testato di tutto! Graminacee, micofiti, acari, epiteli e anche piante composite! Lei non è allergica proprio a niente!”
E poi notando con disappunto l’incedere della lancetta e il permanere della mia aria imbambolata ha aggiunto con un tono più pacato “Mi creda, lei tollera proprio tutto! Conifere, lieviti, pellicce di animali” poi ha puntato gli occhietti miopi sui miei lobi “e anche quelle cianfrusaglie che si è messa sulle orecchie! E adesso perché non esce di qui e va a prendersi una bella birra?”
“No guardi la birra io proprio non…”
“Vada, vada…”ed ha iniziato a spingermi verso l’uscita “mi creda che a una come lei luppolo e malto d’orzo fanno solo il solletico.”
“Ma veramente io…”ho tentato di replicare ma lui ha richiuso la porta dello studio senza troppi complimenti.
Ancora frastornata per l’esperienza surreale dei prik test, mentre mi avviavo verso casa, ho realizzato che, senza il precoce e originale trapasso, mi ero giocata la carta della pubblicazione.
Però tutta quella vicenda un lato positivo ce l’aveva.
Se mi fosse venuta voglia di rotolarmi tra la gramigna, con un dente di leone tra i capelli, in compagnia di pelosi gatti, cavie e criceti, sgranocchiando arachidi e crostacei e magari annaffiando il tutto con un litro di Heineken, ora potevo farlo in tutta tranquillità:
non mi sarebbe comparsa nemmeno una minuscola macchiolina.










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